IL NOSTRO GREEN NEW DEAL

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Il nostro programma per un’Europa verde, giusta, solidale e femminista è disponibile in italiano: scopri il Green New Deal  cliccando su questo link!
GreenNewDeal Programma ITA

DIEM25: ELETTE ED ELETTI DI NC, CC E ALA ELETTORALE

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Settembre comincia con il totale rinnovo del Collettivo Nazionale, dell’Ala Elettorale e del Coordinamento Collettivo Europeo. Ecco tutti i risultati!
IL NUOVO COLLETTIVO NAZIONALE ITALIANO
Dal 26 luglio sono stati eletti i 12 nuovi membri del Coordinamento Nazionale italiano, 10 donne e 2 uomini:
AGENDA: Alessandra Rossi (42%); Paola Banovaz (38%); Andrea Serra (35%) mentre tra i non eletti Raniero Bordon (34%), Stefano Lotti (33%) e Massimiliano Civili (19%)
COMUNICAZIONE: Patrizia Pozzo (48%); Martina Tarozzi (43%), Fabrizia Biondi (43%) mentre tra i non eletti Kosta Juri (33%), Ivan Alberto larosi (19%), Giuseppe Schermi (11%), Ferdinando Manzo (10%)
TERRITORIO: Stefania Romano (41%), Maria D’Onofrio (37%), Antonella Trocino (36%) mentre tra i non eletti Simone Careddu (33%), Angelo Amoroso D’Aragona (22%), Alessandro Seri (19%), Giampaolo Samblich (11%)
EVENTI: Giovanna Saboureault (45%), Claudia Cagnarini (42%), Enrico Caccin (35%) mentre tra i non eletti Edoardo scatto (35%) e Massimo Carola (18%)
 
LA NUOVA ALA ELETTORALE ITALIANA
Dal 29 agosto è ufficialmente eletta la nuova Ala Elettorale:
Paola Pietrandrea (54%), Eleonora Vasques ( 50%), Simona Ferlini (47%), Paola Urbinati (43%), Michele Fiorillo (40%). Veralisa Massari ( 39%), Alessandra Fata ( 33%), Vincenzo Fiore (32%), Giovanna Saboreault (31%), Paola Banovaz (29%), Stefano Spivach (29%), Piera Stefanini (29%), Paola Bristot (26%), Angelo Amoroso D’Aragona (26%), Stefano Lotti (25%).
A seguire ecco l’elenco dei candidati non eletti: Giuseppe Schermi (25%), Andrea Bellavite (23%), Alessandro Seri (21%), Lodovico Rella (21%),Matteo Contini (20%), Alessandro Scalise (20%), Ivan Alberto Larosi (19%), Agata Spallino (17%), Roberto Angrisani (15%), Antonio Zucaro (15%), Nicola Ricci (15%), Carlo Fontana (12%), Jacopo Tolija (11%), Giampaolo Sablich (8%)
 
IL NUOVO COORDINAMENTO COLLETTIVO
E infine ecco i risultati delle elezione per il Collettivo di Coordinamento Europeo:
Yanis Varoufakis (78%), Srecko Horvat (53%), Gianna Merki (37%), Simona Ferlini (35%), Erik Erdman (33%), Daniela Platsch (32%), Ivana Nenadovic (32%), Renata Avila (31%), Sissy Velissariou (31%), Agnieszka Dziemianowicz (30%), Mame Faye-Rexhepi (30%), Jordi Ayala Roqueta (29%).
Tra i non eletti: Costanza Sciubba Caniglia (29%), Rosanna Martens (27%), Fotini Bakadima (25%), Dolores Bajo Alonso (25%), Silvia Terribili (23%), Andrea Pisauro (22%), Jacques Terrenoire (22%), Eírini Mítsiou (21%), Eleonora Vasques (21%), Pawel Wargan (21%), Nikos Vakolidis (20%), Michele Fiorillo (20%), Nicolas Dessaux (19%), Brice Montagne (18%), Jochen (Joachim Hermann Leopold) Schult (17%), Rodanthi Aristea Bairaktari (17%), Aleksandar Novaković (14%), Germinal Pinalie (14%), Ioannis Manomenidis (13%), Christos Dellasoudas, Georgios Gokas (11%), Dimitris Gkomozias (10%).
Il lavoro da fare in Italia e in Europa è tanto, dunque … carpe diem!
 

I nostri documenti guida

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I documenti che guidano il lavoro di MERA25 Italia sono i seguenti:

I documenti di DiEM25

I documenti di MERA25 (Italia)

Se hai domande, scrivi a [email protected].

 

 

Programma del Congresso di MERA25 e DiEM25 in Italia 2025

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Ecco il programma del Congresso 2025 di MERA25 e DiEM25 in Italia che si terrà il 25 e 26 ottobre 2025 a Milano. L’evento sarà in lingua italiana e si svolgerà presso l’Istituto pedagogico della Resistenza in via degli Anemoni 6.

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Sabato 25 ottobre

11:00–11:30 · Accoglienza sociale

11:30–13:00 · Sessione introduttiva
Chi siamo, cosa facciamo, perché lo facciamo

13:00–14:00 · Pranzo

14:00–15:30 · Tribuna politica
Confronto sulle nuove politiche chiave

15:30–16:00 · Break

16:00–17:30 · Laboratorio
Video storytelling per la comunicazione politica

17:30–18:00 · Break

18:00–19:30 · Assemblea di analisi
Le esperienze del 2024 e del 2025

19:30–21:00 · Cena

21:00–22:30 · Incontro pubblico
Palestina: un viaggio tra storia, attualità e attivismo globale

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Domenica 26 ottobre

09:00–09:30 · Caffè condiviso

09:30–11:00 · Assemblea sulla strategia
Le traiettorie per il 2026 e 2027

11:00–11:30 · Break

11:30–13:00 · Assemblea sul funzionamento interno
Regole semplici per cose complesse

13:00–14:30 · Pranzo

14:30–16:30 · Seminario pubblico
Povertà e diseguaglianze: quali misure concrete per affrontarle

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La partecipazione è riservata agli iscritti a MERA25 e/o DiEM25. Sono inoltre disponibili un numero limitato di posti come uditore per non membri. L’evento si terrà in italiano. Se vuoi partecipare, 👉 registrati ora!

Se non lo sei ancora, puoi 🔥 diventare membro di MERA25 e DiEM25. Se non puoi esserci ma vuoi darci una mano, 💌 fai una donazione per aiutarci a coprire i costi.

 

Il Congresso sarà un momento importante non solo per discutere di politica e presente, ma anche per ritrovarsi come comunità: accogliendo chi partecipa da tempo e chi si è unito da poco al nostro percorso.

Non perdere questo appuntamento: il futuro del movimento lo costruiamo insieme!

Stop ai subappalti pirata!

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Venerdì 16 febbraio, presso l’Esselunga sito in via Giovan Filippo Mariti a Firenze, si è verificato il crollo di un solaio. Questo ha determinato un conteggio di 5 morti e 3 feriti. 

In reazione a quanto avvenuto, nei giorni precedenti, si sono verificate diverse manifestazioni (tra le quali il flash mob organizzato per sabato 17 febbraio dal Partito della Rifondazione Comunista di Padova), cui si sommano lo sciopero nazionale indetto da CGIL (FIOM e FILLEA) e UIL (FeNEAL e UILM) per domani, mercoledì 21 febbraio, e la mobilitazione nazionale con assemblee nei luoghi di lavoro dichiarata dalla CISL.

«Ogni morte sul lavoro è straziante e inaccettabile, tutti gli sforzi devono essere messi in campo perché sia sempre garantita l’assoluta sicurezza», afferma Giuseppe Betori, cardinale e arcivescovo cattolico italiano, dal 2008 arcivescovo metropolita di Firenze, «preghiamo anche affinché sia speso in questo tutto l’impegno possibile di chi ha responsabilità, per non continuare a piangere vite spezzate così».

L’impresa che sta conducendo i lavori risulta essere l’Attività Edilizie Pavesi srl, di Pieve del Cairo; questa, secondo quanto rivelato da fonti sindacali, ha subappaltato la costruzione dell’Esselunga a oltre 30 aziende. Qui inizia a emergere la problematicità alla base di quanto avvenuto venerdì 16: secondo quanto affermato dall’ex segretario CISL Raffaele Bonanni, infatti, «[…] il subappalto spessissimo accresce esponenzialmente i rischi di un lavoro non ripetitivo come è quello nelle costruzioni, già di per sé potenzialmente denso di pericoli».

Risulta a questo punto utile eseguire un excursus sulla fenomenicità del subappalto, ricordando innanzitutto che esso di norma non è consentito dalla legge. L’appalto si caratterizza infatti per essere fondato sulla scelta esplicita della controparte contrattuale. Anche in presenza di subappaltatori l’appaltatore (nel caso in questione, l’Attività Edilizie Pavesi srl) conserva la responsabilità verso il committente. Non vengono considerate subappalto le prestazioni rese in favore dei soggetti affidatari in forza di contratti continuativi di cooperazione, servizio e/o fornitura sottoscritti in epoca anteriore all’indizione della procedura finalizzata all’aggiudicazione dell’appalto.

Secondo quanto riportato da Raffaele Bonanni la pratica del subappalto, negli Anni Ottanta, veniva utilizzata dalla mafia per farsi pagare il pizzo legalmente; al suo utilizzo da parte delle compagnie afferenti alla criminalità organizzata si è poi affiancato quello che ne fanno le imprese che, pur possedendo le credenziali formali necessarie per l’esecuzione dei lavori, sono prive di attrezzature e lavoratori.

Alcune tra le criticità più comuni legate alle dinamiche di subappalto ed evidenziate dall’ex segretario CISL:

  1. Il subappalto favorisce il lavoro in nero, sottopagato e insicuro;
  2. La qualità del prodotto risulta essere scarsa, poiché l’impresa peggiore ha la meglio sulle altre (dato che il subappalto si configura quale appalto al massimo ribasso);
  3. Essendo legato alla criminalità organizzata, il subappalto è spesso fattore di sviluppo per la corruzione;
  4. Favorisce situazioni di monopolio;
  5. Date l’insicurezza delle condizioni di lavoro, l’assenza di garanzie per il lavoratore e la bassa quota salariale, gli infortuni mortali risultano frequenti in modo preoccupante.

Come dichiarato dal giudice della Corte di Cassazione Bruno Giordano «[la vicenda di Firenze] conferma che i subappalti, nei grandi cantieri edili, spesso finiscono per abbattere i costi della sicurezza: un modo come un altro per risparmiare sulla pelle dei lavoratori».

Aurelius Augustinus Hipponensis

I Policy Paper di MERA25: GENERE

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Ecco il nostro Policy Paper sulla violenza di genere.

Una analisi molto complessa con 11 proposte di azione necessarie per risolvere un problema enorme che definisce la vera essenza della nostra società!

 

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I Policy Paper di MERA25: SANITA’

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Ecco il nostro Policy Paper sulla sanità.

Una analisi completa con 20 proposte di modifiche legislative necessarie per risolvere un problema enorme vessato da 30 anni di politiche scellerate ed errate a tutti i livelli!

 

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La posizione di MERA25 sul conflitto russo ucraino

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18 mesi di conflitto russo ucraino.
18 mesi di isterie, di menzogne, di accuse e propaganda.
Mai lo stato del nostro discorso pubblico aveva raggiunto un tale scollamento dalla realtà delle cose e dal pensiero dei propri cittadini.
Mai il nostro paese – ma segue a stretta ruota il resto d’Europa – aveva incarnato così a fondo il concetto di realtà orwelliana.
Secondo chi gestisce in maniera semi totalitaria i media italiani, il paese sarebbe spaccato in due: da un lato i sinceri democratici che credono nei valori illuministi e li difendono se necessario anche con le armi, fedeli alleati dell’Ucraina nella difesa dall’invasione russa; dall’altro, l’armata dei lobotomizzati dalla propaganda putiniana, feroci prezzolati di Mosca che pur di vedere l’Occidente cadere tifano per la morte e la distruzione degli sfortunati cittadini ucraini.

Il grosso difetto della realtà è che non riesce a non essere complessa e chi rifiuta la complessità con tale foga non può che ricadere nell’ideologia e nel manicheismo più nocivo.

La Russia di Putin

Il grosso della narrazione dominante risiede nel mito distorto della Russia di Putin e di chi sarebbero i suoi “sostenitori”: chiunque a sinistra abbia avuto un atteggiamento un minimo meno che entusiastico nel supporto ai cittadini ucraini sarebbe per questo un putiniano.

Parte di questo riflesso pavloviano risiede nel fatto che l’età media dei nostri commentatori (o l’età non anagrafica ma ideologica di quelli più giovani) non riesce ancora a staccarsi dal binomio Russia = Comunismo.

Spesso leggiamo e sentiamo i lapsus con cui ancora si riferiscono a qualsiasi cosa provenga da Mosca con l’aggettivo “sovietico”, o dileggiano l’avversario con l’uso delle “K” figlio degli anni 70.

In realtà di sovietico in Russia non c’è più nulla o quasi da 30 anni almeno.

La Russia di Putin e uno stato oligarchico, dittatoriale, corrotto, dedito a quel corporativismo tipico degli stati convertiti al credo capitalista in fretta e furia. Facile preda di falchi senza scrupoli che senza un quarto potere degno di nota, o una cultura democratica radicata, hanno fatto scempio di quel poco di stato sociale a disposizione. 

Hanno così creato povertà diffusa, diseguaglianze senza pari e una popolazione senza nessun sostegno da parte dello Stato, nessun welfare, solo criminalità e violenta solitudine.

Putin poi, per tenere insieme tutto questo (oltre oltre all’impiego di uno stato di polizia permanente e metodi crudeli e assassini), ha ispirato il paese con un’ideologia bigotta e conservatrice.

La sua idea di Patria Russa e un’idea misogina, ultra religiosa, omofoba, razzista e intrisa di supremazia etnica. Economicamente, come già detto, il welfare è inesistente e il disfacimento dell’URSS ha lasciato spazio a oligarchi e cartelli privati che con lo stato fanno affari ma anche lo completano, quando non lo sostituiscono, per una distopia dittatoriale in cui il potere risiede in gruppo di crudeli imprenditori che con Putin fanno gruppo finché fa comodo, e viceversa.

Come tutto questo possa essere stato venduto come “ideale della sinistra” e’ un miracolo degno di “1984”.

Lo stesso Putin, in tutti i suoi discorsi ai russi, ha sempre attaccato la società “occidentale” dipingendola come una civiltà decadente che ha perso la via della purezza, schiava dei diritti degli immigrati e delle minoranze, debole perché ha abbandonato l’idea di uomo forte e di maschio alpha.

Del periodo sovietico celebra solo quei valori condivisi e storici come la “vittoria sui nazisti” o la “resistenza di Stalingrado”, e solo appunto perché innestati nei ricordi di tutti i russi, ma non ha mai lesinato critiche durissime a tutti i leaders che lo avevano preceduto, rinnegando la stessa idea di Unione di Repubbliche Socialiste. Si rifà invece con molta più facilità all’impero zarista che precedette la stessa URSS, come esempio di forza e purezza a cui aspirare.               

Discorsi in completa continuità con quelli dell’ultra destra in Italia, in Europa e nel resto del Mondo, e non a caso per decenni Putin è stato l’idolo indiscusso di politici come Meloni, Salvini e Berlusconi, ma anche di Le Pen, Trump, Bolsonaro etc etc…

Certo, come nell’establishment e nella destra del Paese, anche a sinistra esistono ancora alcuni reduci che rispondono al riflesso storico di Russia = sinistra, ma sono davvero pochi. Molti altri invece sono parte di quel ragionamento chiamato “campismo”: il mondo e’ diviso in due campi, o stai con uno o con l’altro.

E siccome non credono nella buona fede della NATO, allora si schierano col male minore.

Eppure sappiamo bene i rischi di questo approccio, storicamente messo in opera da entrambe le fazioni: il male minore ci ha regalato i talebani per combattere Stalin i l’ISIS per detronizzare Saddam Hussein. La geopolitica può sembrare molto attraente nel suo cinismo, ma e’ lo strumento peggiore possibile per immaginare e progettare un futuro.

 

L’Ucraina di Zelensky

Dall’altra parte delle cannonate abbiamo poi l’Ucraina. Il principale degli stati nati dalla dissoluzione post ‘89, come tutti gli stati ex sovietici sta (stava) affrontando un delicato periodo di “nation building”, cioè di risoluzione di tutte quelle spaccature interne tra etnie diverse, parti della popolazione ancora legate al vecchio regime, riequilibri interni ma anche internazionali, ricostruzione della propria storia e della propria identità. Questa, per forza di cose, è stata ricreata in opposizione al recente passato, esattamente come la nostra costituzione nasce dal principio antifascista.

Tutti questi Paesi avrebbero avuto bisogno di un periodo molto lungo di sostanziosa pace e non interferenza da parte di influenze straniere per poter costruire una pace interna e una società coesa e solidale. L’Ucraina non ha avuto questo lusso.

Da sempre al centro di mire da entrambi i blocchi (occidentale e russo), da sempre al centro di ingerenze, il suo processo di pacificazione si è trasformato in una continua escalation di violenze e conflitti. L’Euromaidan del 2014 e il perdurante conflitto nel Donbass ne sono gli esempi principali.

Curiosamente però abbiamo potuto osservare come i nostri media abbiano subìto una giravolta a 180 gradi sul modo di descrivere l’evoluzione della società ucraina della società ucraina: fino all’invasione russa, su tutti i principali quotidiani era possibile trovare reportages che denunciavano preoccupanti derive verso l’estrema destra filo nazista di alcuni settori strategici della societa ucraina, da quel momento in poi e diventato un tabù.

Non è impensabile constatare come un Paese post sovietico, con quella storia e quei riferimenti storici, con un processo di identità nazionale fortemente condizionato da una mancata pacificazione interna e con una necessità di una retorica fortemente nazionalista, abbia una finestra di Overton fortemente spostata a destra.

Le vicende conseguenti alla rivoluzione di Maidan, tra cui la strage di Odessa, la persecuzione di politici appartenenti o riconducibili al vecchio regime, la messa al bando di alcuni partiti, la messa alla gogna pubblica da parte di semplici milizie cittadine di privati cittadini ritenuti sospetti, gli slogan nostalgici e l’integrazione nell’esercito ufficiale di reparti di milizie neonaziste, fino agli auguri di morte per i traditori che sono scappati dal Paese all’inizio del conflitto, segnalano senza dubbio una democrazia in forte sofferenza.

Quindi l’invasione è giustificata? No.
Quindi l’Ucraina è un Paese nazista?
Al di là dei dubbi che possono sorgere sulla definizione stessa di Paese (nella sua interezza) nazista, l’unica risposta che dovrebbe concernere la sinistra è: non importa!
L’idea che per essere salvi sia necessario essere santi non ci è mai appartenuta. Quando il popolo dei pacifisti si è schierato convintamente contro l’invasione in Afghanistan l’ha fatto senza diventare tutti talebani, né prendendone le parti.

Stesso dicasi con l’invasione in Iraq, così come in tutti gli altri scellerati interventi armati dell’Occidente.

L’illiceità dell’atto è totalmente slegato dal giudizio morale verso l’aggredito. L’idea che possa esistere una ragionevole causa per risolvere una controversia locale con l’intervento armato e l’annessione di territori invece di un prolungato e sincero sforzo di mediazione e diplomazia è ed sempre stato fuori dal novero delle opzioni da noi ritenute accettabili.

 

La guerra e l’accountability

Il che ci porta al conflitto armato. La domanda “quindi cosa dovremmo fare per porre fine al conflitto e a quali condizioni?” è da sempre mal posta. Lo è perché osserva il problema come se fosse cominciato nel febbraio 2022 e nulla fosse successo prima. Lo è perché poggia su basi di inevitabilità, come se stessimo parlando di un terremoto, che non corrispondono alla realtà.

Chiunque dileggi la diplomazia come inutile e debole lo fa ignorando tutte le guerre che si sono evitate grazie ad essa. E questo è da sempre il più importante compito dei nostri rappresentanti in frangenti di tensione internazionale: le guerre si evitano e si prevengono perché è molto più difficile risolverle una volta che sono scoppiate. 

Una volta che questo accade le opzioni sono molto più limitate, e i risultati finali molto raramente sono considerabili “giusti” sotto un profilo morale, men che meno se questo giudizio proviene da una delle parti coinvolte.

Il fatto principale che più dovrebbe spaventare è che a dettare ciò che è “moralmente giusto” fare per aiutare il popolo ucraino e ciò che al contrario è “moralmente riprovevole” in quanto egoista o in complicità col nemico, siano esattamente le stesse persone che portano (ma cercano in ogni modo di negarlo) la pesante responsabilità di tutto ciò che è preceduto.

Non a caso infatti una delle narrazioni più utilizzate è quella della incredibile imprevedibilità e repentinità delle decisioni e azioni di Putin, di modo da “lavare” il più possibile l’occidente da sue eventuali responsabilità, e a chi prova a sostenere anche solo il dubbio che tali responsabilità esistano viene sventolato il sacro vessillo che tutto copre: “esistono solo un invasore e un invaso!”, oppure viene accusato di “giustificare l’invasione”.

Tolto che perfino dopo un evento realmente imprevedibile – come appunto un terremoto – è un comportamento completamente razionale quello di sedersi intorno ad un tavolo e stabilire cosa si poteva fare per minimizzare i danni. Amministratori responsabili in ogni parte del mondo si comportano in questo modo e sono così stati in grado di costruire città ad alto grado antisismico senza che nessuno di questi venisse accusato di “stare dalla parte del terremoto”.

Ma – cosa ben più importante – queste responsabilità esistono e sono chiarissime.

Putin è sempre stato Putin, il suo biglietto da visita per l’occidente (dopo che i servizi segreti di mezzo mondo accolsero con piacere la sua salita al potere in quanto portatore di un nuovo corso in grado di prendere le distanze in modo netto dal vecchio regime comunista) fu il genocidio in Cecenia a partire dal 1994, e la risposta dell’occidente fu il suo ingresso in pompa magna all’interno del G8.

Non c’è un solo dei principali cinque partiti in Italia che non abbia avuto qualche legame o scheletro nell’armadio nei confronti di Mosca: Le simpatie di Forza Italia e Lega Nord sono più che note, Fratelli d’Italia benché oggi giochi il ruolo del faro atlantista è sempre stato portatore di posizioni “di strenua difesa degli interessi italiani” casualmente coincidenti con quelli russi. Il suo assessore in Piemonte Maurizio Marrone ha aperto sei anni fa a Torino una finta ambasciata della Repubblica Popolare di Donetsk in Italia, in chiaro supporto ai separatisti filorussi.

Sulla stessa linea è stato a lungo il M5S di Battista e DiMaio, benchè fino al 2014 Beppe Grillo accusava Putin di essere il mandante dell’assassinio di Anna Politkovskaja paragonandolo a Mussolini e Stalin.

Difficile poi sostenere che il Partito Democratico abbia difeso i valori europei ed occidentali in maniera rigorosa ed indefessa quando, certamente insieme a molti altri attori europei, l’Italia ha incessantemente venduto dal 2003 al 2021 (periodo in cui il PD ha governato per 12 anni) armi e forniture militari alla Russia, senza mai porsi il dubbio di quanto potesse essere controproducente questo sul medio lungo periodo.

Investitori di ogni calibro, istituzionali e non, hanno sfruttato le opportunità di delocalizzazione in Russia per decenni col beneplacito del regime di Mosca. Investimenti alla ricerca di opportunità di risparmio e sfruttamento, non certo tese a far crescere economicamente un paese in difficoltà.

Infine c’è la questione degli sciagurati gasdotti NordStream 1 e 2, costruiti dai principali Paesi europei per potersi accaparrare gas fossile a basso costo invece di investire pesantemente nelle rinnovabili quando sarebbe stato bene sia per il clima, sia per la nostra strategia geopolitica e invece han finito per portare incredibili quantità di denaro nelle casse di Mosca per poter foraggiare il suo regime corrotto e le sue imprese militari.

Putin è sempre stato Putin: Cecenia, Georgia, Siria, Crimea, Kazakhstan.

La cosa non ha mai minimamente disturbato l’establishment occidentale, che comunque di tragedie in giro per il mondo si è reso responsabile a sua volta in più occasioni.

Eppure oggi lo stesso establishment vuole raccontarci come tutto questo fosse imprevedibile, di come dobbiamo reagire per la salvezza dei nostri valori.
Non solo, vuole buttare la croce della responsabilità sul movimento pacifista che, con tutto il bene del mondo, non ha mai influito su nessuna decisione internazionale, né ha mai spostato di mezzo millimetro la geopolitica di nessun paese nonostante ogni sforzo. Ha anzi provato a far sentire la sua voce in molteplici occasioni, non ultima nel luglio 2001 a Genova, quando a marciare per le strade c’era un popolo antimilitarista che a gran voce protestava anche contro Putin e le sue mani ancora grondanti di sangue ceceno.

Certo, non era una protesta SOLO contro Putin, era una protesta contro “il sistema”, ma di quel sistema Putin ne era orgogliosamente parte e a quel sistema i suoi genocidi e mire imperialistiche andavano più che bene.

Perchè però parlare di queste responsabilità ORA che il conflitto ucraino è in atto?

Perche in questi momenti siamo sottoposti alla pressione dell’urgenza (ovviamente, visto che i civili sotto i bombardamenti stanno morendo e hanno urgenza di  sopravvivere) ma in questo modo stiamo perpetrando sempre lo stesso schema in totale assenza di accountability (uso il termine inglese perche la sua traduzione in italiano “responsabilita” ha perso ogni valenza responsabilizzante, appunto) che ciclicamente ci rimette nella stessa situazione. Da più di 30 anni oramai siamo ripetutamente messi di fronte all’urgenza di un intervento militare causato dalla negligenza dei nostri leaders, che avrà effetti devastanti dei quali nessuno risponderà: Somalia, Iraq, Afghanistan, Libya, Syria etc etc… 

Rispondiamo alle contingenze apparecchiando perché fra 5 anni queste si ripresentino in un nuovo luogo di conflitto.

Il gas russo ci ha salvato dalla crisi libica, il gas libico ci salvò dalla crisi petrolifera irachena, e così via. Se pensate che abbiamo imparato la lezione vi basti sapere che ancora oggi l’Italia vende armi a Paesi come il Pakistan, le Filippine di Duterte, agli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, alla Turchia e all’Egitto, tutti sinceri regimi democratici che sicuramente non creeranno problemi in futuro. 

In secondo luogo, le opzioni a nostra disposizione sono si limitate, ma non esaurite.

La soluzione diplomatica è stata più volte sostenuta e portata avanti da numerosi attori esterni al conflitto, i famosi non allineati (gli attori che sono considerabili come parte del conflitto difficilmente possono intavolare negoziati di pace, storicamente ci si siede intorno al tavolo solo a vittoria militare ottenuta).

Abbiamo più volte rifiutato anche solo di considerare come plausibili queste opzioni, per orgoglio e per principio, nascondendoci dietro ad una supposta impraticabilità mai testata o dietro a ridicole richieste preliminari: pretendere la restituzione dei territori annessi come precondizione ai negoziati (quando dovrebbe essere perlomeno l’obiettivo finale di questi) e’ solo un pretesto per voler continuare la via bellica.

Questo avviene per un motivo palese: si vuole la vittoria militare e nient’altro, qualsiasi cosa essa significhi.

Abbiamo gia visto come questa popaganda abbia portato i suoi effetti con giovani commentatori che senza vergogna di fronte ad un pubblico nazionale si sono trovati a propugnare bombardamenti a tappeto delle principali citta russe, senza minimamente pensare alle conseguenze. Che ciò avvenga per indebolire l’asse dei BRICS che sta acquisendo sempre maggiore centralità finanziaria ed economica, o per un supposto senso di giustizia che richiede vendetta per l’invasione, resta che una vittoria militare ottenuta a chissà quale costo a spese delle vite dei cittadini ucraini, dei soldati semplici russi e delle tasche dei cittadini europei non sia in nessun modo auspicabile.

Non lo è per gli ucraini che continueranno a morire come mosche in attesa di una vittoria che potrebbe non arrivare mai.

Non lo e’ per il futuro di un continente europeo che sta vivendo uno spostamento radicale a destra verso insensati nazionalismi e revanscismi, sotto la guida di politici mediocri e irresponsabili che già ora stanno facendo pagare il prezzo della loro inettitudine ai propri cittadini tramite il costo della vita alle stelle e un’economia in crisi.

Non lo e’ per gli equilibri internazionali del futuro che vedranno un esacerbarsi delle relazioni tra l’occidente e il resto del mondo che e’ sempre meno incline a tollerare lo strapotere della NATO forte anche di un’economia mondiale che e’ sempre meno dipendente da noi e sempre più riluttante ad accettare in silenzio la nostra visione del mondo.

 

La soluzione nordirlandese

Abbiamo invece tutto l’interesse (noi europei, ma anche i cittadini ucraini) a spingere per una soluzione che preservi l’unita’ territoriale ucraina, ma possa anche garantire uno status terzo ed indipendente a questa martoriata nazione per poter cercare il proprio equilibrio e la propria pace interna, libera dalle ingerenze estere.

La nostra proposta, esplicitata con la Dichiarazione di Atene del Maggio 2022, consiste in:

  • Un immediato ritiro delle truppe russe da tutti i territori occupati dal febbraio 2022.
  • Un impegno da parte degli Stati Uniti affinché l’Ucraina non diventi membro della NATO.
  • Garanzie reciproche sulla sua indipendenza e neutralità.
  • L’area del Donbass, dove esiste una vera e propria questione di conflitto tra comunità – russofone e ucraine – dovrebbe essere trattata come l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno fatto con l’Irlanda del Nord, con un accordo del Venerdì Santo che permetta a entrambe le comunità di vivere in pace l’una con l’altra, con garanzie internazionali che quell’accordo del Venerdì Santo sarà attuato.

Ne ha bisogno l’Ucraina, ma ne abbiamo bisogno anche noi, di rompere questa narrazione cavalleresca di onta subita, di “sangue e terra”, di conflitto etnico, di contrapposizione dei blocchi, di sacra superiorità occidentale, almeno se vogliamo sperare in un futuro di pace e prosperita’ non solo verso il resto del mondo ma anche fra noi: aver spostato la guida morale dell’Unione Europea verso i paesi del blocco di Visegràd (piu’ dichiaratamente razzisti, misogini, conservatori e nazionalisti…. esattamente come Putin) e’ la principale garanzia per un futuro a tinte fosche per i rapporti tra le nazioni europee.

E per ultimo, ne abbiamo bisogno per instaurare un periodo di confronto interno e di accountability: per chiedere conto ai nostri governanti di tutti gli errori fatti che ci hanno portato fino a qui, per fare loro capire che non basta un messaggio whatsapp verso tutti i direttori delle testate per far dimenticare anni di scellerato schieramento politico e ciniche decisioni poco lungimiranti.

Ci meritiamo di meglio.

I Policy Paper di MERA25: MIGRAZIONI

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Ecco il nostro Policy Paper sul fenomeno migratorio.

Una analisi completa con 14 proposte di modifiche legislative necessarie per risolvere un problema enorme vessato da 30 anni di politiche scellerate ed errate a tutti i livelli!

 

SCARICA IL POLICY PAPER

 

 

 

Gianluca Costantini illustra il suo viaggio con DiEM25

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L’attivista e artista italiano, che da tempo combatte battaglie politiche attraverso disegni che fanno riflettere, ha realizzato ora uno splendido e-book per DiEM25, di cui accompagna le attività dal 2016

Non è facile ricostruire il mio percorso in DiEM25, credo che tutto parta nel 2015 durante la crisi economica greca. Iniziai a disegnare cosa succedeva nel paese, anche grazie alle conoscenze di mia moglie Elettra Stamboulis, e realizzammo un breve fumetto dal titolo “Who’s who” in cui si raccontavano i personaggi di questa commedia tragica.

Il personaggio che più mi rimase impresso fu Yanis Varoufakis e anche dopo abbandono del governo di Syriza, continuai a seguire sui social quello che diceva e faceva. Mi imbattei per la prima volta in DiEM25 nel 2016 e rimasi affascinato dal collante che esisteva tra politica e cultura, anche l’arte era parte di questo collante. Alcuni personaggi che avevo seguito e ammirato avevano aderito a questo nuovo movimento: Julian Assange (sul quale nel 2011 ho realizzato una graphic novel. – Ai Weiwei con cui collaboravo da alcuni anni, Brian Eno, Ken Loach e tanti altri… decisi che nevolevo farne parte.

Inizia di mia iniziativa personale a realizzare i ritratti dei principali esponenti di questo movimento ed entrai in contatto in Italia con Lorenzo Marsili e Berardo Carboni che convinsi a utilizzare il disegno come strumento di comunicazione politica, ma anche con Judith Meyer e Srećko Horvat del collettivo di coordinamento. Il 25 marzo del 2017 venne organizzato “The time of Courage” di cui feci tutta la comunicazione da lì per molti anni continuai sempre come volontario nella comunicazione italiana e ogni tanto anche degli altri paesi, sopratutto Germania e Belgio.

Sempre nel 2017 feci parte anche del collettivo nazionale italiano aiutando il più possibile con il disegno. È difficile per un artista aderire ad un movimento politico, appartenere ad uno schieramento non si addice molto alla visione romantica dell’artista, ma in fondo anche la mia guida spirituale Joseph Beuys è stata tra i fondatori del partito verde in Germania. Inoltre il mio lavoro di artista on-line sopratutto sulla piattaforma Twitter è completamente politico e sociale. Per chi non conosce il mio lavoro artistico da oltre vent’anni lavoro creo assiduamente messaggi che stimolano un’attenzione su quello che succede nel mondo, soprattutto negli ultimi anni dedicati ai diritti umani. Amo l’idea dell’unione europea, ma vorrei che fosse diversa, più giusta, senza patriottismi e confini. In modo che non si possa più ripetere quello che è successo alla Grecia.

Condivido anche la posizione di DiEM25 sulla guerra in Ucraina e spero nella creazione di un movimento di stati non allineati, essendo un pacifista convinto sono completamente contrario all’uso delle armi come strumento per creare una nuova guerra e nuovi confini.

L’e-book DiEM25 di Gianluca

In questa piccola raccolta ho cercato di inserire in ordine cronologico tutto quello che ho fatto per DiEM25 e credo che possa anche essere una piccola storia illustrata di quello che è DiEM25.

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L’Italia ha bisogno di un’alternativa politica radicale

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Negli ultimi anni la politica italiana è polarizzata tra estreme destre populiste e tecnocrazia. Il primo gruppo va dai finti-outsiders senza piani M5S ai fascisti di Fratelli d’Italia. Il secondo è formato da politici di professione, banchieri e managers che dovrebbero implementare imparzialmente riforme politiche, spesso catapultandosi in carica senza essere eletti.

Con ogni elezione, i tecnocrati promuovono riforme sempre meno eque e restrizioni ai diritti del lavoro al fine supposto di stabilizzare l’economia, mentre in realtà servono semplicemente i grandi interessi che hanno guadagnato loro la carica. Nel frattempo, i partiti di destra diventano sempre più razzisti, sessisti, e proni alle teorie del complotto, minacciando anche i più fondamentali risultati ottenuti dai movimenti sociali.

Siamo arrivat* a questo punto grazie agli oligarchi italiani e alle elite politiche, che stanno diventando sempre più disperate nell’aggrapparsi al potere, mentre la popolazione è sempre più stufa. È grazie a loro che continuiamo a posporre l’azione necessaria a confrontare la crisi climatica, le disuguaglianze sociali e la pandemia. I cittadini italiani fanno fronte ad un’enorme difficoltà economica, ondate di calore, siccità, restrizioni dei diritti, e non possono più aspettare. Noi dobbiamo contribuire a creare la cometa che estinguerà gli oligarchi italiani e i dinosauri politici.

Dovremo far fronte alla campagna elettorale più rapida e brutale degli ultimi anni. Non ci aspettiamo molto, ma siamo già delusi dal “nuovo” parlamento composto dalle stesse vecchie facce. Dobbiamo mettere tutto l’impegno nel costruire un’alternativa dal basso, partend dai movimenti sociali e dalle persone che resistono il vuoto del dibattito politico corrente. Costruiremo un’alternativa politica radicale e realistica – l’Italia e l’Europa ne hanno bisogno.

Queste saranno le ultime elezioni in cui le elettrici saranno lasciate senza un’opzione significativa.

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