Emmanuel Macron

Sulle fake news, va detta la verità, Signor Presidente!

Signor Presidente,
il 4 gennaio scorso, in occasione dei suoi rituali auguri annuali alla Stampa, Lei ha espresso viva preoccupazione per la recrudescenza della circolazione di fake news su Internet.
In quanto specialista e in quanto cittadina impegnata, non posso che ringraziarLa di aver aperto questo dibattito cruciale per la tenuta delle democrazie moderne.
Mi sento però obbligata a chiederLe di chiarificare alcuni punti del suo discorso, dissipare alcuni malintesi che possono essere sorti e soprattutto mi sento obbligata a chiederLe di prendere in considerazione nella Sua riflessione alcuni elementi del contesto globale che aggravano la pericolosità dei discorsi tendenziosi, dei discorsi di propaganda e delle fake news.
Nel Suo discorso, indicando quella che Lei considera la causa dell’irruzione delle fake news nel campo mediatico, Lei dice :
« A causa della fascinazione per una orizzontalità assoluta, noi abbiamo pensato che tutte le voci fossero uguali  e che la loro regolamentazione dovesse necessariamente essere sospettata d’imporre una scelta» .
aggiungendo subito dopo :
« Ebbene, non è così, non tutte le voci sono uguali » .
Ora, nel paese che ho scelto come patria d’elezione e che Lei rappresenta, è dato per acquisito dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 che :
« La libera comunicazione di pensieri e opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’Uomo: ogni Cittadino può dunque parlare, scrivere, pubblicare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei termini fissati dalla Legge. » .
Dissipiamo i malintesi, Signor Presidente, perché purtroppo il Suo discorso si presta ad essere male interpretato e qualche rettifica sembra necessaria. Lei mi conferma che quando Lei ha parlato della « fascinazione per una orizzontalità assoluta », Lei non faceva riferimento ai principi che hanno ispirato la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino. E che dicendo che « non tutte le voci sono uguali », Lei non voleva dire, nell’esercizio delle sue funzioni, che i parlanti non hanno tutti lo stesso diritto di parola.
In quanto democratica, io non posso che insegnare ai miei studenti che tutte le voci sono uguali, che tutti i parlanti hanno lo stesso diritto di parola ; sono d’accordo però con Lei su un punto: è vero che tutti i discorsi non sono uguali. La nostra vita democratica è definita nella sua essenza da una pratica discorsiva incessante che permette ai cittadini di costruire collettivamente giudizi epistemici, morali e deontici. E’, in effetti, attraverso il discorso, o meglio i discorsi, che noi arriviamo a decidere insieme ciò che riteniamo vero, ciò che riteniamo giusto, ciò che riteniamo necessario fare. Ora, perché l’esercizio della democrazia sia onesto, corretto ed utile, i discorsi che lo animano devono avere una caratteristica irrinunciabile: essi devono essere falsificabili. Un discorso falsificabile è un discorso preciso, nel quale tutti i referenti sono identificabili, tutte le predicazioni sono apertamente sottoscritte dal parlante o attribuite a fonti chiare, è un discorso nel quale tutte le relazioni argomentative sono esplicite. Queste caratteristiche che avvicinano il discorso al discorso scientifico, permettono ai discorsi di essere contraddetti attraverso l’argomentazione – anziché d’autorità – e di essere superati, se necessario. Queste due proprietà sono quelle che garantiscono al dibattito pubblico di restare sano e vivace al tempo stesso.
In questa prospettiva il Suo discorso sull’autorevolezza del giornalista e più in generale del discorso ufficiale che Lei oppone all’assenza di affidabilità del « blogger qualunque » può risultare semplicistico.
L’autorevolezza di un parlante, Signor Presidente, non discende automaticamente dal suo statuto sociale, ma dal suo sforzo d’essere onesto.
Esistono discorsi non ufficiali costruiti con tutta la responsabilità necessaria e discorsi ufficiali che non rispettano i criteri che rendono un discorso accettabile nel dibattito pubblico ; ne è prova, Signor Presidente – e mi dispiace dirlo – la Sua stessa allocuzione alla stampa. Benché ufficiale, infatti, il Suo discorso, non è esente dai vizi tipici del discorso tossico: Lei fa allusione, ad esempio a « una strategia e una strategia finanziata », a « alcune potenze», a « certe democrazie illiberali » che sarebbero all’origine della propagazione di fake news. Dicendo questo, Signor Presidente, Lei crea un allarme senza prendersene la responsabilità. Poiché l’oggetto delle Sue accuse non è chiaro, nessuno potrà mai falsificare il Suo discorso, ma Lei avrà ottenuto l’effetto di farci sentire minacciati. Un altro esempio, sempre tratto dal Suo discorso: lei dice che la recrudescenza delle fake news
« è spesso usata da potenze che in qualche sorta si fanno gioco delle debolezze della democrazia, della sua apertura estrema, della sua incapacità di distinguere, gerarchizzare, di riconoscere insomma una forma di autorità. ».
Dicendo che l’apertura estrema della democrazia ne costituisce una debolezza, Signor Presidente, Lei lascia inferire la Sua intenzione di limitare questa apertura, senza però prendere la responsabilità di quanto dice. I democratici non potranno accusarLa di aver proposto osservazioni liberticide, ma la strada al discorso liberticida sarà stata aperta.
Non mi pronuncio, Signor Presidente, sulla natura delle misure che Lei ha annunciato: altri l’hanno già fatto mostrando come esse non aggiungano niente alla legislazione esistente, come la nozione stessa di fake news sia vaga, ambigua, priva di referenza precisa e quindi come ogni proibizione della diffusione d’informazioni basata sull’idea di fake news sia incompatibile con gli standard internazionali che definiscono la restrizione della libertà d’espressione.
Tuttavia, mi permetto alcune considerazioni generali: Lei apre, affrontando questo argomento, un dibattito fondamentale per la nostra epoca, il dibattito sul governo – o governance, come si dice da qualche tempo – della rivoluzione digitale. Si tratta di un dibattito vasto, complesso che riguarda un cambiamento radicale che coinvolge tutta la nostra civiltà e non soltanto la manipolazione del gioco elettorale che Lei ha messo al centro del Suo discorso.
Mi chiedo, in quanto cittadina, se è possibile pensare di affrontare questo argomento, continuando a ignorare che abbiamo lasciato l’industria governare la rivoluzione digitale, che abbiamo permesso ai giganti del web di raggiungere posizioni di monopolio nutrendosi dei dati dei cittadini che la politica non ha saputo proteggere; che non facciamo nulla contro il confinamento algoritmico che ancor più della propagazione delle fake news  manipola e inquina il dibattito pubblico; che permettiamo alle imprese del digitale di dettare la selezione, il formato, la concezione, il contesto e i tempi di diffusione delle informazioni (che esse siano vere o false); che non abbiamo saputo creare le condizioni adeguate per ripensare in profondità l’educazione dei giovani, e l’educazione continua, in funzione di questa rivoluzione, lasciando così i cittadini sprovvisti di ogni strumento critico di fronte all’impatto che questo cambiamento radicale ha sulle loro vite personali come sulla loro vita pubblica.
Il movimento al quale ho l’onore e il piacere di appartenere, DiEM25, affronta tutti questi temi nel contesto di una riflessione sulla democratizzazione dei fondamenti economici, ecologici, culturali e strategici della nostra società. E li affronta adottando un approccio di democrazia partecipativa. Noi riteniamo, infatti, che nello sforzo di democratizzazione dei fondamenti della nostra società, sforzo che Lei sembra voler sostenere, deve essere coinvolta la totalità dei cittadini, non soltanto perché, come ci hanno insegnato i nostri padri, tutte le voci sono uguali, ma perché tutte le voci, o meglio, tutte le voci responsabili, sono necessarie.
Nel suo impegno, DiEM25 lavora duramente a coordinare tutte queste voci, Signor Presidente : spero vivamente che Lei saprà ascoltarle.
Pregandola di accettare i miei più sentiti auguri per questo anno che viene, mi permetta di accomiatarmi augurandole, come ricorda il nostro motto, di essere pronto a cogliere questo momento che Le dà la possibilità di proporsi come vero difensore della democrazia : Carpe DiEM, Signor Presidente.
 
Paola Pietrandrea,
Linguista
Membro del Collettivo di Coordinamento di DiEM25
 
 

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